Storia estesa
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La più antica menzione di Ampezzo ci giunge dal cuore dell’alto medioevo, nel 762.
Tre
nobili fratelli longobardi, Erto, Marco ed Anto, monaci benedettini,
donarono all’epoca la totalità dei propri beni ai monasteri friulani di
Sesto al Reghena e di Salt di Povoletto.
Tra le proprietà donate a
quest’ultimo si può leggere nel documento di donazione: ”...casas in
Carnia in vico Ampicio idest casa Iohanni et Marciolo”; il che fa
presumere dell’esistenza del “vico Ampicio” in età anteriore al 762.Ad
epoche più remote risale probabilmente anche l’origine del nome
Ampezzo. Sono state proposte svariate interpretazioni circa la sua
etimologia, ma quella che è rimasta e si è sedimentata ormai
nell’immaginario collettivo è una e si riferisce ad elementi naturali
ed umani considerati caratteristici del territorio e della popolazione:
l’abete di cui i boschi erano (e sono) molto ricchi e la casa, che
rappresenta l’ospitalità. La suggestione di tale rappresentazione si è
tradotta nello stemma di Ampezzo costituito appunto da una casa alpina
presso un “pezzo” (dal latino piceu, abete).
La successiva fonte documentale nella quale Ampezzo viene citato risale al 1049,
quando il patriarca Gotebaldo donò al monastero femminile di S. Maria
in Valle di Cividale quattro “massaricie” che si trovavano nel
territorio del villaggio.
La donazione di Gotebaldo venne fatta alla vigilia di un evento molto importante nella storia del Friuli medievale: nel 1077
Enrico IV, imperatore eletto, concesse al patriarca d’Aquileia
Sigerardo le contee del Friuli e dell’Istria e la marca di Carniola.
A
conclusione di un processo secolare che aveva concentrato nelle mani
dei presuli terre, castelli e diritti pubblici come esigere le tasse ed
amministrare la giustizia, veniva eretto così lo stato feudale del
Patriarcato di Aquileia, del quale il Friuli avrebbe costituito la
parte più importante e duratura.
I documenti sui beni di S.
Maria in Valle costituiscono uno degli elementi di rilievo per la
ricostruzione della vita agraria e civile del villaggio. Nel 1255
il monastero obbligò un piccolo castellano locale, Rozone da Socchieve,
a presentarsi a Tolmezzo, dinanzi al tribunale del vice-gastaldo della
Carnia, che amministrava la giustizia a nome del patriarca; l’imputato
aveva fatto irruzione nelle povere case e nei ripari dei contadini
dipendenti dal monastero, li aveva devastati ed aveva razziato mucche,
pecore, agnelli, galline, formaggi ed altro. Dopo aver ascoltato le
accuse dell’amministratore-fattore del monastero e di tre contadini del
villaggio, il rappresentante del patriarca condannò Rozone a pagare i
danni.
La piccola comunità di Ampezzo era quindi composta da
agricoltori affittuari dell’importante monastero, da contadini
dipendenti da altri signori laici ed anche da piccoli proprietari di
terra.
L’attività più redditizia era in ogni caso l’allevamento di
bovini ed ovini , che permetteva di realizzare scorte alimentari di
formaggio, in libbre o in forme, anche per il pagamento di fitti di
terre. Il nobile che curava gli affari della badessa nella zona
risiedeva nell’importante castello di Socchieve e attorno a
quest’ultimo gravitava il villaggio di Ampezzo. Verso la metà del XIV
il castello fu danneggiato da un violento terremoto e poi distrutto e
abbandonato.
A Tolmezzo, capoluogo della provincia di Carnia
risiedeva il gastaldo , che rappresentava il patriarca e ne curava gli
interessi patrimoniali. Il gastaldo, direttamente o tramite un vice,
oltre a custodire il castello di Tolmezzo e la rocca Moscarda,
amministrava la giustizia, esigeva le tasse dava in affitto terre e
boschi e aveva il diritto di trattenere una parte delle multe e delle
tasse per sé.
Il territorio era organizzato in quartieri che nella
provincia di Carnia erano quattro, corrispondenti alle valli del
Degano, del But, del Tagliamento inferiore e del Tagliamento superiore.
Di
quest’ultimo, denominato Quartiere di Socchieve, dal nome del
capoluogo, faceva parte la Villa di Ampezzo. Il rapporto con la villa
capo quartiere fu inizialmente di dipendenza nella giurisdizione
ecclesiastica e civile, ma nel tempo si assiste ad un’inversione di
tendenza in relazione all’accrescersi dell’importanza di Ampezzo
all’interno del quartiere.
Nel 1420,
dopo lunghi anni di guerra, la repubblica di Venezia conquistò il
Friuli centro-occidentale, ponendo fine allo stato feudale del
Patriarcato di Aquileia. Come Udine e le altre comunità, anche Tolmezzo
e la Carnia si arresero, ottenendo la conferma delle loro consuetudini
e dei loro statuti.
Venezia, grande potenza marittima, a tutela dei
propri interessi economici e strategici sui boschi, necessari al
mantenimento della flotta, introdusse una legislazione del tutto nuova
per il Friuli, comprendente in particolare il monopolio ed il
censimento dei roveri, il cui legname era il più adatto alla
costruzione di navi.
Anche i boschi della Carnia dovettero
contribuire alle forniture di legname per l’arsenale di Venezia, come
quando, nel novembre 1473,
i valligiani compresi tra Forni di Sotto ed Invillino, portarono con i
carri i remi loro richiesti fino al Tagliamento presso Socchieve, da
dove sarebbero stati fatti scendere con la corrente del fiume, ricco
d’acqua per la stagione autunnale.
Verso la metà del Quattrocento la piazza con la chiesa, circondata dal cimitero, costituivano il centro del villaggio.
Si
ha notizia di case fornite di portico, cortile, magazzino e una stanza
riscaldata. Le case si alternavano alle stalle e agli orti, mentre alla
periferia del villaggio si estendevano dei campi chiusi.
Un mulino
ed una fucina erano attivi sulla riva del Lumiei, che forniva alle
ruote, al maglio e al mantice la forza idraulica necessaria. Il manso
era l’unità fondiaria su cui era insediata una famiglia contadina: esso
era costituito da casa, cortile, orto, campi e prati.
Nonostante
l’importanza dell’attività agricola per l’autoconsumo, maggiore era
quella dell’allevamento, che garantiva i proventi per pagare i fitti al
monastero di S. Maria in Valle. C’era chi allevava pecore e ne vendeva
la lana, la lavorazione del latte, la lavorazione e il commercio delle
pelli.
Ampezzo era popolata quindi, oltre che da contadini, da
pellai, dal mugnaio, dal fabbro, da un sarto, da un notaio che aveva
l’attività nel più grosso centro di Tolmezzo.
Nonostante tutte
queste attività, alla fine del Quattrocento diversi capifamiglia si
vedevano costretti a cercare lavoro ben più lontano: erano soliti
partire in gruppo con i carri, ed andare fuori per commerciare o
esercitare alcune attività artigianali.
Si tratta della più antica testimonianza dell’emigrazione carnica. Secondo
la pratica corrente in tutte le ville di montagna, sia Ampezzo che
Oltris e Voltois, sfruttavano il patrimonio boschivo, i pascoli e i
prati comunali concedendoli in affitto ai privati che ne facevano
richiesta, salvo che consentire che certi spazi restassero a
disposizione delle famiglie residenti nel paese, soprattutto perché con
la legna e i frutti del bosco e con la possibilità di pascolare gli
animali e tagliare l’erba integrassero la rendita della terra di
proprietà, generalmente piccola e frantumata, oppure, nel caso dei più
poveri, provvedessero alla sussistenza minima.
Dall’affitto,
invece, i comuni ricavavano i mezzi finanziari necessari a sostenere le
spese pubbliche, a versare le imposte annue agli enti pubblici, la
degania locale, la gastaldia di Tolmezzo innanzitutto, e inoltre a
onorare le rate livellarie, solitamente arretrate, per i prestiti che i
comuni sottoscrivevano con qualche ricca famiglia.
Per l’affitto del
bosco più ambito, quello sul Cervia, il comune di Ampezzo pretendeva,
almeno nel corso del Seicento, una somma pari a cinquecento ducati,
concedendo però al conduttore, per i venticinque anni della durata del
contratto, “tutte le ragioni ed attioni” del bosco, con piena libertà
di tagliare e far tagliare e altresì di usare “viazzi, transiti,
strade, trozzi, essiti”, insomma tutti gli spazi e percorsi ritenuti
utili e necessari a trasportare i tronchi d’albero fuori dal bosco e
giù dalla montagna, e di utilizzare la stua sul Lumiei, lo sbarramento
sul torrente dove si accumulava il legname dopo il trasporto.
Alla
montagna locale e alle risorse dell’ambiente naturale, collegarono il
loro nome e la loro fortuna alcune famiglie che furono in grado di
intraprendere e gestire le attività tipicamente connesse al territorio,
lo sfruttamento del bosco e il commercio del legname, come anche
l’impianto di segherie, mulini, battiferri.
Tra questi nuclei
familiari, quello che emerse sugli altri, mantenendo a lungo una
condizione ben differenziata nel contesto del paese e del canale, fu
quello dei Nigris i quali, a partire dalla seconda metà del
Cinquecento, ma soprattutto nel secolo successivo, monopolizzarono il
commercio del legname, controllarono il commercio dei generi
alimentari, furono comproprietari degli opifici e ovviamente si
preoccuparono di acquisire la proprietà della terra e di consolidare
una posizione di autorità.A
partire dagli anni Trenta del Seicento, Pietro e Nicolò Nigris
stipularono a più riprese contratti d’affitto con il comune d’Ampezzo
per la conduzione dei boschi di Cervia, Andris, Nauleni, Pura e Corso,
praticando le operazioni di abbattimento fino a quelle del trasporto
del legname e alla vendita ai mercanti del Friuli e dal Veneto.
In
particolare Nicolò, vero fondatore delle fortune della casa, praticò
questo tipo di commercio con notevole abilità, a cominciare dalla
stipula dei contratti ottenuti a condizioni piuttosto vantaggiose,
anche in virtù delle pressioni che riusciva ad esercitare prestando
denaro o intervenendo come patrocinatore pubblico nelle cause
giudiziarie che i comuni intraprendevano per le più diverse ragioni.
Se
alla montagna e alle risorse dell’ambiente naturale la villa di Ampezzo
e le due piccole comunità di Oltris e di Voltois collegarono la loro
realtà in uno stretto rapporto di interdipendenza, d’altra parte e
molto per tempo anche la gente della zona affrontò l’esperienza
dell’emigrazione, come mezzo inevitabile per sopperire allo scarso
reddito di un’agricoltura modesta.
Una testimonianza del 1524
ci indica che la specialità lavorativa degli ampezzani e del canale di
Socchieve rispetto alle altre zone della Carnia era la tessitura e la
lavorazione delle lane e mezzelane miste a cotone e canapa, con
l’ausilio delle donne adibite alla filatura, che poi le affidavano a
qualcuno dei paesani che le smerciasse o le consegnavano ai mercanti
che percorrevano le valli alla ricerca di questo manufatto.
Qualche
decennio più tardi rispetto alla testimonianza citata, i primi
valligiani avevano trasferito questa loro attività fuori dalla casa e
dal paese, nelle ville del Friuli, ma anche nel Padovano, nel Vicentino
e nella stessa Venezia.
Verso il Seicento, sempre più
frequentemente, gli uomini cominciarono a lasciare il paese, di solito
nella stagione in cui si rallentava il lavoro nei campi, per spostarsi
nella “casa in Friuli” con il seguito di qualche figlio o di un
garzone, per poi tornare in Carnia l’estate successiva a sovvenire nel
lavoro agricolo il nucleo familiare.
Si trattava nel complesso di
un flusso caratterizzato dalla periodicità, senza separazione dagli
interessi e dai problemi della famiglia rimasta in paese.
Si hanno comunque degli effetti che principalmente ricadono sulla stabilità del nucleo familiare.
Infatti
sono numerose le storie di liti insorte tra chi rivendicava
l’indipendenza dai forti vincoli della famiglia patriarcale per
garantirsi un’attività autonoma, e chi cercava di preservare l’unità
familiare e patrimoniale.
Molto spesso la soluzione di queste liti
fu il frazionamento del patrimonio in unità più piccole, ma autonome e
rispondenti agli interessi dei diversi membri.
Anche a livello
di forma organizzativa della vita comunitaria l’emigrazione portò dei
mutamenti significativi, tradotti nella riduzione dell’assemblea dei
capifamiglia ad un organo più ristretto e meno rigido, pena la paralisi
della vita comunale.
In sintesi, si andò affermando il principio
che la comunità si costituiva con le famiglie residenti nel paese, come
le sole interessate ai problemi dei beni comunali, allo sfruttamento
delle montagne e al mantenimento dell’ordine pubblico.
Altri
importanti mutamenti nel tessuto familiare e sociale si verificarono
nel corso del Settecento, soprattutto in connessione con la tendenza
generalizzata al distacco definitivo dal paese da parte di quanti si
erano ormai inseriti nelle varie località dell’emigrazione e
consideravano troppo difficoltoso continuare a mantenere in piedi il
rapporto con il luogo o la famiglia d’origine. Il segno più tangibile
che l’emigrante era intenzionato a staccarsi del tutto dal paese
d’origine, era l’alienazione dei beni posseduti nella villa di Carnia,
fatta essenzialmente con lo scopo di affrancarsi dai debiti e dagli
affitti livellari invece di continuare a impegnare il reddito della
bottega o il salario per il mantenimento di casa e terra ormai scaduti
di interesse e situati troppo lontano dal luogo di lavoro.
Numerosi
furono gli scontri tra i padri legati alla tradizione e al mantenimento
della casa e del terreno e i figli eredi che volevano vendere il
patrimonio ereditato per andare a lavorare altrove. Ampezzo era
diventata più ricca e dotata di maggiori beni rispetto a Socchieve, che
rimaneva comunque la villa capoquartiere, e al progressivo rilievo
economico assunto all’interno del canale si associa la volontà di
“emancipazione” ecclesiastica.
La dipendenza dalla pieve di
Socchieve da sempre mal tollerata da Ampezzo conduce infatti gli
ampezzani alla risoluzione di svicolarsi, nel 1642, dall’antica pieve e costituirsi parrocchia autonoma, alla quale si associano le comunità di Oltris e Voltois.All’accrescersi
dell’importanza di Ampezzo nel XVIII secolo concorse sensibilmente la
risoluzione del senato veneto di riattare ed allargare il percorso di
attraversamento della valle del Tagliamento, favorendo in tal modo gli
scambi commerciali entro e fuori il canale.
Ampezzo si afferma
allora quale polo commerciale del canale, la cui economia era
tradizionalmente legata alla manifattura dei tessuti.
Quanto al
riconoscimento politico amministrativo del ruolo di centralità
progressivamente acquisito, questo avverrà in seno alla ridefinizione
degli apparati amministrativi promossi in età napoleonica, dopo la
caduta della Repubblica di Venezia avvenuta nel 1797, proprio per mano dell’armata rivoluzionaria di Bonaparte.
Si
apre un periodo di instabilità destinato a trascinarsi per parecchi
anni, con effetti poco favorevoli anche dal punto di vista economico.
In
conformità del trattato di Campoformido, i francesi abbandonarono il
Friuli e la Carnia passò agli austriaci, che ne presero possesso nel
gennaio del 1798.
Tutte
le tracce di innovazione giuridica e amministrativa portate dalla
ventata rivoluzionaria furono cancellate; la Carnia doveva contribuire
all’impero fornendo carri, cavalli e uomini e tutte le esenzioni e
l’autonomia conosciute in epoca veneziana vennero meno.
Le
testimonianze che ci giungono parlano di situazioni di estrema povertà,
se gli abitanti di forni, come racconta una cronaca dell’epoca, “si
vanno pascendo d’erbe selvagge; ma oramai sono ridotti tanti spetri, ed
appena conservano traccie d’umana fisionomia”.
Il 26 dicembre 1805 la regione tornò a Napoleone, e il Friuli diventò così uno dei dipartimenti del regno d’Italia.
Questa
nuova situazione si tramutò in un rapido e profondo cambiamento della
struttura amministrativa a cominciare dalle basi e cioè
dall’organizzazione comunale con l’applicazione della Legge dell’8
giugno 1805.
Essa prevedeva un consiglio comunale di 15 membri
(essendo Ampezzo inferiore a 3000 abitanti), il quale si riuniva due
volte l’anno e sceglieva i due anziani (gli assessori) che insieme al
sindaco amministravano la comunità.
Sindaco e consiglio erano nominati dal prefetto del Dipartimento tra persone di rilievo all’interno della comunità.
Si
tratta di una struttura totalmente diversa da quella precedente
costituita dalla riunione dei capifamiglia (la “vicinia”), che con la
riforma definitivamente scompare.
Uno dei cambiamenti d’epoca
napoleonica fu pure quello, certo gradito dalla comunità,
dell’istituzione del Cantone di Ampezzo, con un totale di 9034
abitanti.
La scelta del paese quale centro della zona era dovuta
al fatto che esso era il più grosso (quanto a centro paesano in Carnia
era superato solo da Tolmezzo e Verzegnis) sia alla sua relativa
baricentricità tra i vari villaggi che formavano il cantone.
di
essere capocantone portò allo sviluppo di molte attività generando un
positivo movimento per l’economia locale e un aumento per la
considerazione stessa di Ampezzo.
Il periodo napoleonico fu però una breve meteora, e già nell’ottobre 1813 Ampezzo vide il ritorno degli austriaci.
La
Carnia fu inserita nel regno Lombardo-Veneto, costituito il 7 aprile
1815. Il modello napoleonico centralizzato e burocratizzato fu
mantenuto.
Ampezzo divenne sede del XIX distretto del Veneto, mantenendo il ruolo di capoluogo dell’alta valle del Tagliamento.
Nel 1866 due squadre garibaldine attraversarono Ampezzo dirigendosi su Tolmezzo.
Fu
il primo contatto del paese con le truppe italiane e con la nuova
realtà statale nella quale Ampezzo fu inserito per le successive
soluzioni diplomatiche del conflitto con l’Austria, unione sancita
definitivamente dal plebiscito del 22 ottobre seguente. Plebiscito
svoltosi anche ad Ampezzo sul piazzale antistante la chiesa, dopo la
Messa, e che darà risultato totalmente favorevole all’unione al Regno
d’Italia. Numerosi furono gli ampezzani che parteciparono alle guerre
d’indipendenza come volontari.
Alcuni si distinsero e furono feriti,
altri dovettero sopportare una lunga emigrazione per le loro scelte,
altri temere perché avevano disertato dalle file austriache nelle quali
prestavano servizio militare.
Molti episodi e testimonianze
raccontano di una partecipazione diffusa nel sentimento alla causa
italiana. Il quadro sociale ed economico risultava variegato e mosso da
diversi interessi: boschi, allevamento, agricoltura, artigianato, ma
nessuno era tale da rendere autosufficiente il paese né gran parte
delle famiglie.
La soluzione ai problemi economici non poteva
che trovarsi nell’emigrazione, inizialmente localizzata nelle città del
basso Friuli e del Veneto e poi spostatasi oltralpe, in Svizzera,
Austria e Germania. Le attività svolte come emigranti mutarono: se
prima l’impiego maggiore era quello di sarto, verso il ‘900 l’attività
prevalente diventa quella di muratore.
il periodo di permanenza
fuori dal paese si modifica con il mutare delle mete: non è più
l’estate il momento del rientro, bensì l’inverno quando le condizioni
atmosferiche non consentono di continuare i lavori nei cantieri.
Lentamente
si assiste inoltre al passaggio da un’emigrazione temporanea a numerosi
casi di emigrazione “stabile”, anche oltre oceano, pur rimanendo forte
il legame con il paese d’origine.
Ciò favorì il fenomeno
dell’abbandono del territorio, diminuendo la manodopera e l’interesse
al mantenimento delle coltivazioni e dei pascoli.
Dopo una
parentesi di calma relativa scoppia la prima guerra mondiale. Gli
Ampezzani, inviati sui monti ai confini della Carnia (Pal Piccolo, Pal
Grande, Freikofel), seppero comportarsi egregiamente, anche se le
perdite furono rilevanti: 71 tra morti e dispersi.
Il 1° novembre1917,
proveniente da Pani, dopo la rotta di Caporetto arriva in paese la
prima pattuglia austriaca: ha inizio così il periodo della mai
dimenticata invasione austro-ungarica.
Gli invasori saccheggiarono
e depredarono il paese, trafugando alcune opere del Davanzo e facendo
precipitare dalla torre campanaria le campane, che andarono in
frantumi. Il 2 novembre 1918 giunsero finalmente i primi cavalleggeri italiani e le truppe austro-ungariche abbandonarono Ampezzo. Passarono
pochi anni e il regime fascista decise l’ingresso italiano nel secondo
conflitto mondiale, dopo le campagne d’Africa e l’invio di truppe in
Spagna a supporto del regime franchista.
Le perdite umane, morti e
dispersi, in Albania, Grecia, Jugoslavia, e soprattutto nella rovinosa
campagna di Russia toccano molte famiglie ampezzane che non vedranno
più rientrare i propri cari.
Nella primavera del 1943
duecentottanta prigionieri neozelandesi vengono alloggiati presso Plan
del Sac e presso la Maina di Sauris e prestano la loro opera nei lavori
della S.A.D.E. L’8
settembre 1943 l’Italia firmò l’armistizio con gli alleati e presto in
Carnia si attivarono i primi gruppi di resistenza, che sarebbero
passati alla guerriglia ben presto, nella primavera seguente, non
appena le condizioni climatiche lo avessero consentito.
L’opposizione
al regime nazi-fascista fu dura e costò la vita di molti partigiani e
civili. Un fatto che si ricorda è l’uccisione da parte di una squadra
tedesca, il 14 marzo 1944,
dell’operaio Gio Batta Candotti, che faceva ritorno, con un nipote, dal
bosco verso sera. L’episodio riempì di indignazione tutti e incoraggiò
alla resistenza chi ancora non aveva scelto la strada delle montagne.
Nella primavera-estate del 1944 il movimento partigiano in Carnia aveva raggiunto una notevole consistenza.
Alla
fine di luglio la Carnia e le tre valli del Friuli Occidentale, erano
quasi interamente liberate e si era così creato un vasto territorio
precluso alle forze nazifasciste.
Questo territorio costituì la Zona Libera della Carnia e del Friuli
e che fu la più ampia fra quelle che si formarono in Italia: 2.580 Kmq,
con una popolazione di 90.000 abitanti, 38 comuni liberati interamente
e 7 parzialmente. La Zona Libera della Carnia e del Friuli fu una vera
e propria isola democratica in un territorio invaso ed annesso alla
Germania.
Il 26 settembre del 1944 si assiste ad Ampezzo alla costituzione della Giunta di governo della Zona Libera della Carnia e del Friuli,
che durò fino al 10 ottobre, giorno in cui i Tedeschi, con 30.000
uomini cominciarono il rastrellamento per l’eliminazione della Zona
Libera.
La Giunta di governo, se pur per brevissimo tempo, fu
un’esperienza di alto valore democratico che non ebbe eguali in alcuna
delle repubbliche partigiane sorte in altre zone d’Italia e che ebbe il
carattere peculiare di un’esperienza di autogoverno caratterizzata da
autonomia di decisione, dalla facoltà di legiferare e di operare
autonomamente, senza interferenze da parte dei comandi partigiani.
In
quelle condizioni difficili si svilupparono concetti di democrazia che
sembravano ormai dimenticati dopo vent’anni di dittatura, e quelle
esperienze anticiparono principi che furono ripresi, e sono oggi
fondamentali, nella Costituzione dell’Italia repubblicana.
